Emancipazione femminile, una difficile storia, ieri come oggi

Secondo il dizionario della lingua italiana l’emancipazione femminile è la liberazione definitiva della donna dalla condizione d’inferiorità nei confronti dell’uomo, sia sul piano sociale sia giuridico sia sessuale.

L’argomento del mio blog è oggi proprio incentrato su questo tema, perchè mentre tornavo a casa dal lavoro riflettevo sul fatto che un mio collega, che per motivi di riservatezza chiamerò solo SI (stronzo ignorante!)  lavora meno di me e guadagna molto di più. Non voglio soffermarmi sul caso specifico di SI. Quindi tornata a casa o preso il mio fantastico PC e mi sono messa alla ricerca in rete delle informazioni che riguardano l’emancipazione femminile!

Ho pensato che sarebbe stato carino condividere le informazioni con tutte voi!

Emancipazione femminile accenni di storia.

Pensate, care amiche, che in passato la donna era un accessorio del capofamiglia, prima il padre e poi per il marito.

Addirittura nel Codice di Famiglia del 1865, le donne non avevano alcun il diritto sui figli legittimi, tanto meno la tutela, non erano ammesse ai pubblici uffici e non potevano neanche gestire i propri guadagni, perché questo spettava esclusivamente al marito.

Anche sul fronte dell’istruzione, fu permesso alle donne soltanto nel 1874 l’accesso ai licei e alle università, anche se in realtà continuarono a essere respinte le iscrizioni femminili.

E coraggiosamente, solo ventisei anni dopo, cioè nel 1900, sono comunque iscritte all’università in Italia 250 donne, 287 ai licei, 267 alle scuole di magistero superiore, 1178 ai ginnasi e quasi 10.000 alle scuole professionali e commerciali, e ben quattordici anni dopo le iscritte agli istituti d’istruzione media saranno circa 100.000. Delle vere eroine a mio modesto parere!

Fortunatamente, nel fine ‘800, una donna volle cambiare le cose, questa donna era Anna Kuliscioff, d’origine russa, che decise nel 1888 di fondare la prima Lega femminista milanese, in seguito, nel 1892, con la nascita a Genova del Partito dei Lavoratori, assunse per di più un ruolo determinante per il movimento delle donne.

Con la Prima Guerra Mondiale i posti di lavoro persi dagli uomini richiamati al fronte furono occupati dalle donne, nei campi, ma soprattutto nelle fabbriche, e le circolari ministeriali permisero, infatti, l’uso di manodopera femminile fino all’80% del personale nell’industria meccanica e in quella bellica, da cui le donne erano state escluse con la legge del 1902, però con la fine della guerra, le donne, furono accusate di rubare lavoro ai reduci, e di conseguenza persero questi posti di lavoro. Tipica mentalità maschilista: “usiamo le donne fin che noi giochiamo ai soldatini, ma appena torniamo a casa le consideriamo delle ladre di posti di lavoro”.

La donna lavorava undici ore il giorno, sei giorni su sette, con una media di sessantacinque ore settimanali e guadagnava 1.000 lire l’anno.

Solo l’1 febbraio del 1945, su proposta di Togliatti e De Gasperi fu finalmente concesso il voto alle donne.

Si prendeva atto che la Costituzione garantiva l’uguaglianza formale fra i due sessi, ma in realtà restavano in vigore tutte le discriminazioni legali vigenti durante il periodo precedente, in particolare quelle contenute nel Codice di Famiglia e il Codice Penale.

Per un soffio l’indissolubilità del matrimonio non fu iscritta nella Costituzione stessa, grazie all’emendamento di un deputato saragattiano.

Nel 1959 uscì il libro di Gabriella Parca  “Le italiane si confessano” suscitando un vero scandalo, infatti, per la prima volta donne di ogni strato sociale confessavano i loro rapporti con l’altro sesso, e tutti i ricatti subiti, le continue prevaricazioni, ma anche e soprattutto i diffusi pregiudizi sulle donne.

Scrisse Zavattini nella prefazione al libro: “L’Italia è ancora un grande harem“.

L’emancipazione comunque, faticosamente andava avanti, a piccoli passi, spesso molto difficoltosi, e nel 1951 è nominata la prima donna in un governo, la democristiana Angela Cingolani, sottosegretaria all’Industria e al Commercio.

Nel 1958 è approvata la legge Merlin, che abolisce lo sfruttamento statale della prostituzione e la minorazione dei diritti delle prostitute, e nel 1959 nasce il Corpo di polizia femminile, con compiti sulle donne e i minori.

E solo nel 1961 sono aperte alle donne la carriera nel corpo diplomatico e in magistratura.

Ma è solo alla fine degli anni ‘60, che sulla spinta degli avvenimenti europei e mondiali ormai, nascono i primi gruppi femministi da donne che si staccano dal movimento studentesco nel quale erano emarginate e sfruttate dai loro compagni maschi.

All’inizio del 1970, nell’ambito di un seminario organizzato dal Partito Radicale, nasce il Movimento di liberazione della donna (MDL), il quale, contrariamente ai suoi omologhi all’estero, ammette fra i suoi aderenti anche uomini.

E il documento costitutivo si propone di informare tutti i ragazzi e ragazze sui mezzi anticoncezionali andare nelle scuole e soprattutto ottenere la loro distribuzione gratuita, liberalizzare e legalizzare l’aborto, eliminare nelle scuole i programmi differenziati fra i sessi come ad esempio, educazione domestica e educazione tecnica, e i mezzi per raggiungere tali obiettivi sono anche le azioni di disobbedienza civile, tutto per la causa di emancipazione.

Ricordiamo ancora che nel 1970, venne emanata la legge Fortuna-Baslini che consente il divorzio, nel 1974, venne fatto il referendum abrogativo legge sul divorzio, ma vinse il NO.

E poi ancora, 1977, leggi di tutela (parità salariale sul lavoro e congedo parentale esteso agli uomini), 1978, approvazione legge 194, sull’interruzione di gravidanza, 1981, abolizione matrimonio riparatore/delitto d’onore

E queste fin dall’inizio erano anche le rivendicazioni delle “suffragette” dell’Ottocento, chiamate “prima ondata” del movimento femminista, a cui ne sono seguite almeno altre due, la seconda ondata è il femminismo della liberazione degli anni ’70.

La terza sarebbe il femminismo attuale.

E com’è l’emancipazione femminile al giorno d’oggi?

Oggi, purtroppo, le pari opportunità sul luogo di lavoro rimane ancora un sogno per le donne italiane, che sono tra le più discriminate nel mondo.

La nostra nazione, infatti, si colloca al quarantacinquesimo posto della classifica generale, praticamente all’ultimo posto tra i paesi più industrializzati, ed è superata, pensate, anche da paesi come Zimbabwe e Thailandia, senza parlare del divario con i paesi scandinavi, primi in classifica, è abissale.

L’Italia si colloca al quarantottesimo posto per presenze femminili al potere e quarantunesimo per accesso all’educazione.

L’unico punto di forza rimane la tutela della salute e della maternità: in questo caso, l’Italia si colloca all’undicesimo posto.

Spesso le donne in posizioni imprenditoriali devono fare una difficile scelta tra famiglia e carriera. Negli USA, ad esempio, il 49% delle donne con posizioni ai vertici non ha figli, contro il 19% dei loro colleghi maschi.

Quindi affrontare la questione dell’emancipazione femminile appare, ancora al giorno d’oggi, quasi un controsenso.

 

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